I progetti territoriali
(nella logica delle buone prassi)
ASALT
Agenzia per lo Sviluppo e l’Avviamento al Lavoro Transculturale
TRASFORMAZIONI TERRRITORIALI NEL TRANSCULTURALISMO
PAROLE CHIAVE:
Transcultura, sostenibilità sociale, apprendimento attivo, lavoro sul campo, cittadinanza condivisa.
I presupposti
In questo momento storico, le problematiche delle città europee, in relazione ai processi d'integrazione interetnica, sono strette tra le strategie dell’UE sull’accoglienza e la coesione sociale e le politiche nazionali basate sulla “percezione della paura”, dove rigurgiti antistorici di tipo nazionalista o xenofobo diventano note stonate. C’è da dire che l’impoverimento diffuso delle condizioni di vita ed il generale senso di precarietà dei cittadini europei, ha ulteriormente aumentato le fratture nei confronti di chi proviene da altri mondi.
Se le criticità di molti contesti urbani europei , in relazione ai processi d'integrazione interetnica, si concentrano sull'isolamento, questo produce la mancata formulazione di una nuova identità collettiva, generando fenomeni di emarginazione ed insicurezza sociale.
Su cosa vuole intervenire
La mission del progetto è quella di formare “operatori dello sviluppo transculturale” attraverso l’elaborazione di prassi legate alla comunicazione intesa nella sua più ampia accezione. L’intento cioè è quello di mettere insieme corpus disciplinari che convergano verso la direzione dello sviluppo sociale sostenibile, culturale ed economico del territorio urbano dove l’integrazione tra comunità nazionali diverse diventa il punto di snodo dei processi di trasformazione della morfologia sociale.
Gli obiettivi che si prefigge
L’intento del progetto è quello di trasmettere know how esperienziale a giovani laureati o laureandi attraverso fasi di apprendimento attivo e di lavoro sul campo, che da un lato costituisca un bagaglio professionale spendibile sul mercato del lavoro, dall’altro metta in rete le realtà organizzate sul territorio legate alle comunità nazionali, compartimentate nella loro specifica dimensione associativa o commerciale.
Con quale modalità
Laboratori esperenziali di professionalizzazione
Percorso
La dimensione giornalistica, multimediale ed eventologica, al di fuori delle standardizzazioni del mercato, possono essere tese a ristabilire la giusta equazione tra gerarchia delle notizie e il valore pubblico delle stesse, al fine di superare dettami e stereotipie proprie alle strutture informative.
L’operatore dello sviluppo transculturale può essere, punto sorgente di comunicazione mediatica, al fine di rispondere alla domanda cogente del nostro tempo, e cioè: “qual è la funzione dei media in questo tempo storico?“ In tal senso la risposta possibile è:“Comprendere le vere ragioni che spingono le popolazioni a lasciare la propria terra per cercare riparo in altri continenti e in altri luoghi”.
Solo partendo da questo presupposto è possibile comprendere i vissuti e le dinamiche legate al concetto di integrazione ed inclusione nei territori urbani dove vi sono forti concentrazioni di comunità migranti, come nel caso dell’area metropolitana bolognese: in questo senso possiamo parlare di vera cittadinanza attiva, oppure possiamo coniare il termine di “cittadinanza collettiva”, poiché la formazione e la comunicazione si pongono l’obiettivo di creare un senso di cittadinanza condivisa.
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IL DISTRETTO SOSTENIBILE
Lo sviluppo locale per l’inclusione sociale
SOSTENIBILITA’ E NUOVO WELFARE
PAROLE CHIAVE:
Sviluppo locale; Sostenibilità ambientale; Chilometro zero; Cittadinanza attiva; Inserimento lavorativo; Nuove povertà; Nuovi bisogni; Nuova filiera produttiva; Nuovo modello di convivenza sociale.
I presupposti
La crisi sistemica che ha prodotto la contrazione dei redditi, fa sempre di più avvicinare target sociali estremamente diversi, almeno fino a qualche anno fa, alle dinamiche dell’esclusione sociale.
Ma, dato ancora più importante, è l’incapacità dei servizi sociali territoriali istituzionalizzati a fare fronte al nuovo fenomeno dell’esclusione sociale, come più volte dichiarato dalle agenzie nazionali come la Caritas. E questo avviene sia in termini d’incapacità di risposta del comparto pubblico, riguardo all’efficacia dei servizi, funzionali ai bisogni sociali, sia in termini di domanda, poiché i nuovi target, non si rivolgono ai servizi pubblici, poiché inadeguati alla risposta ai bisogni, ma anche e soprattutto per Non rischiare lo stigma sociale.
A Bologna, ad esempio, esiste una forte e complessa rete di servizi pubblici e privati rivolti alle persone con problemi gravi di marginalità, povertà e disagio sociale. Non sono pochi gli uomini e le donne, i quali, prima di accedere a queste reti, chiedono aiuto a reti familiari e amicali o a strutture religiose e di tipo associativo.
La complessità di questa rete riflette il fatto che il mondo del disagio sociale, della marginalità e della povertà si va sempre più complicando; da una parte per ragioni oggettive, materiali – nuovi processi di esclusione o auto-esclusione, come l’aumento della disoccupazione e dei flussi migratori, il numero sempre più alto di persone per le quali tale rete non è riuscita a definire percorsi efficaci di reinserimento sociale; dall’altra per l’assenza di studi e ricerche che siano in grado di tracciarne un quadro complessivo.
Infine, il tentativo di comprendere i motivi che gli utenti dichiarano agli operatori e ai volontari che lavorano in questa rete di servizi al fine di giustificare la loro richiesta di aiuto, insomma nuove sembrerebbero pure essere le situazioni di marginalità, di povertà, di disagio sociale nel Comune di Bologna rispetto agli anni precedenti.
Attraverso lo studio delle trasformazioni del tessuto demografico, delle recenti migrazioni, delle nuove politiche di welfare cittadino, dei nuovi utenti dei servi sociali e, di conseguenza, della nuova offerta di servizi comunali è possibile evidenziare, per esempio, un tasso di abbandono e di fallimento scolastico in aumento nel territorio comunale, la situazione, sempre più a rischio, di attori sociali quali i minori stranieri, le famiglie monogenitoriali, gli anziani che vivono nel capoluogo emiliano, le donne, nella maggior parte di casi immigrate, che sono arrivate in città tramite politiche di ricongiungimento famigliare.
Appare dunque evidente che, se si vogliono affrontare problemi legati alle marginalità urbane, sia necessario trovare soluzioni strategiche legate alle trasformazioni territoriali, dove investimenti pubblico-privati siano produttivi e sostenibili, con nuove logiche di convivenza sociale e territoriale.
Su cosa vuole intervenire
Il “distretto sostenibile” è pensato all’interno di un’area periurbana dismessa dove ricreare delle condizioni favorevoli per lo sviluppo di attività produttive di tipo agricolo, insediamenti abitativi e di servizi, producendo nuovi posti di lavoro attraverso l’inserimento di persone appartenenti alla categoria delle “Nuove povertà”. E’ una sorta di nuovo villaggio urbano, dove chi vi lavora può anche abitarci, ed essere soggetto attivo nell’implementazione di risorse, sulla base di un sistema di filiere di produzione-consumo.
Le diverse forme di agricoltura che producono gli spazi della “periurbanità”, hanno caratteri propri e innovativi che, diversi da quelli dell'agricoltura rurale indifferenti alla città, possono aspirare a rispondere al bisogno di una nuova socialità. Non si tratta né di città né di campagna, ma di un “Terzo Territorio”.
Gli obiettivi che si prefigge
In tal senso, la possibilità di sintetizzare “nuovi bisogni”, generati dalle trasformazioni socio-demografiche e territoriali da un lato e dai processi di espulsione sociale dall’altro, può produrre un nuovo modello di convivenza dove lavorare, abitare, erogare e ricevere servizi, attivare filiere produttive, in un unico disegno. E’ questo un particolare modello di sviluppo sostenibile, in cui la funzione della cooperazione sociale e dell’associazionismo diventa centrale nella logica dell’intervento pubblico-privato.
In particolare:
• Costruzione di un modello d'intervento da utilizzare per altri territori periurbani dell'area comunale di Bologna, in quanto “best practice”.
• Elaborazione di modelli economici e sociali che provengono dalla trasformazione del mondo rurale.
• Integrazione e inclusione sociale delle fasce espulse dal mercato del lavoro presenti sul territorio, dal punto di vista lavorativo e abitativo, nella logica del social housing, attraverso le cooperative sociali di tipo B.
• Nuove destinazioni d'uso degli immobili rurali, finalizzati alla creazione di un sistema infrastrutturale sostenibile.
• Valorizzazione dell’associazionismo a supporto delle attività operative delle cooperative di tipo B.
Con quale modalità
Progetto territoriale di marketing urbano
Percorso
Fase 1: Analisi di fattibilità sui processi di riorganizzazione dell’ecosistema rurale in rapporto ai valori identitari e alla gestione sostenibile del paesaggio, e definizione degli indicatori sintetici della qualità territoriale.
Fase 2: Elaborazione del progetto di pianificazione territoriale fondato sull’obiettivo di riqualificazione dello spazio aperto a partire dalla reinterpretazione della matrice agricola, riproposta in termini di strategia di sviluppo e basata sull’equilibrio tra elementi urbani, edilizi e rurali.
Fase 3: Elaborazione del piano strategico per la definizione della filiera legata ai processi produttivi agricoli che ricoprono funzioni chiave per la realizzazione delle azioni previste: dalla produzione al consumo solidale.
Fase 4: Costituzione del tavolo interistituzionale di pilotaggio per l’attivazione delle reti di relazioni e scambi funzionali tra l’area urbana ed il contesto ruarale di riferimento, all’interno del quale individuare gli strumenti di facilitazione e sensibilizzazione della comunità locale per il coinvolgimento dei soggetti pubblici e privati.
Fase 5: Elaborazione del piano d’intervento di cohousing abitativo per le risorse umane espulse dal mercato del lavoro, da inserire nei processi produttivi del distretto sostenibile.
Fase 6: Analisi sui fabbisogni di personale da inserire nei processi produttivi del distretto sostenibile sia in termini di servizi che di attività agricole.
Fase 7: Selezione, orientamento e formazione del personale espulso dal mercato del lavoro e incrocio col fabbisogno di risorse umane nel sistema del distretto.
Fase 8: Attivazione di una rete di servizi a carattere sociale.
Fase 9: Avvio delle azioni operative
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FILIERA SOCIALE RESPONSABILE
Nuove strategie di sviluppo per le tradizioni artigiane
RESPONSABILITA’ SOCIALE E RINASCITA PRODUTTIVA
PAROLE CHIAVE:
Dialogo sociale, Nuovi orizzonti di Governance, Prassi responsabili, Integrazione lavorativa, Definizione della filiera produttiva, Network sociali, Sviluppo locale, Socialità e territorialità, Rimodulazione della piccola impresa, Riconversione del Know How, Moello di inclusione.
I presupposti
La possibilità di costruire un percorso integrato tra inclusione sociale e sviluppo locale descrive il tasso di innovazione che il progetto si pone, questo perché la lettura dei bisogni sociali oggi si lega alla dimensione territoriale nel suo complesso. Infatti, le rapide trasformazioni della morfologia sociale degli ultimi anni hanno imposto sempre di più l’esigenza di governance locali contestualizzate alle linee e ai contenuti delle agende europee: coesione sociale piuttosto che politiche del lavoro.
In tal senso l’agenda di Lisbona, con le sue varie rimodulazioni, ha posto in essere un’altra visione delle logiche di welfare, e cioè proprio quella relativa allo sviluppo territoriale come efficace strategia per il futuro. La risposta ai bisogni di tipo emergenziale depriva il territorio di una reale possibilità di sviluppo.
Senza strategia territoriale quindi non può “esserci” sviluppo. Anche perché nella misura in cui strategicamente si risponde sia alle esigenze di inclusione delle persone espulse dal mercato del lavoro che alla riattivazione di mestieri in crisi vocazionale la sintesi di ciò riconduce ad un altro concetto fondante nelle strategie dell’agenda di Lisbona: la “sostenibilità”.
Su cosa vuole intervenire
L’idea progettuale è quella di promuovere il tema della Responsabilità Sociale d’Impresa nell’ambito dell’integrazione lavorativa delle fasce deboli di popolazione individuando due target specifici: i cittadini immigrati, e i nuovi poveri.
Si prevedono interventi diretti da parte di attori pubblici e privati. In tal senso la proposta potrebbe essere quella di individuare i bisogni dei contesti locali per contestualizzarne le prassi a livello europeo.
L’ambito di intervento è quello di rivitalizzare, attraverso strategie di sviluppo locale, il comparto dei mestieri artigianali che stanno scomparendo a causa della crisi vocazionale che generazionalmente investe le società cosiddette avanzate.
La possibilità di ricucitura di questo strappo generazionale proviene prevalentemente dai cittadini immigrati, i quali sono portatori di abilità artigianali proprie alla caratteristiche produttive dei loro paesi d’origine, ma anche da chi è stato costretto a chiudere la propria impresa artigianale a causa della crisi economica.
In tal senso, riuscire a costruire una filiera che possa ridefinire un sistema produttivo che si sta perdendo, dove attori pubblici e privati possano interagire in network, può rappresentare un modello d’intervento possibile per incrociare domanda e offerta ambedue disattese. Sarebbe quindi auspicabile la realizzazione di forme stabili di “alleanza” tra stakeholders, che partendo da prospettive diverse, hanno la necessità di far convergere i loro interessi proprio all’interno della suddetta filiera.
Gli obiettivi che si prefigge
Incrocio tra domanda e offerta, facendo incontrare abilità e competenze di soggetti espulsi dal mercato del lavoro con quei mestieri e attività artigianali in crisi di vocazione per assenza di forza lavoro, unendo le esigenze del welfare, in relazione ai processi di inclusione sociale, e lo sviluppo locale del territorio.
Il risultato, dal punto di vista dello sviluppo locale, sarebbe quello di rivitalizzare un sistema produttivo in crisi e rispondere in modo efficace alla questione dell’inclusione sociale, mentre dal punto di vista transnazionale il risultato sarebbe quello di comparare e scambiare le prassi sulla base delle differenze e delle somiglianze.
Nello specifico:
1. Costruire un modello d’intervento per rivitalizzare il comparto della piccola impresa e dell’impresa artigianale in crisi di vocazione, attraverso l’inserimento delle risorse umane immigrate portatori dei valori vocazionali in crisi.
2. Costruire una filiera sociale e produttiva con gli stakeholders di riferimento, su cui venga supportato il modello d’intervento.
3. Costruire uno Sportello Europeo per l’Impresa e l’Autonomia delle persone immigrate, su cui possano confluire le buone prassi per mettere a sistema il modello d’intervento.
4. Promuovere il tema della Responsabilità Sociale d’Impresa come modello di sviluppo del comparto produttivo e come ipotesi di governance.
Con quale modalità
Progetto di sviluppo locale e/o progetto europeo nell’ambito del programma Progress
Percorso
1. Costituzione tavolo di pilotaggio
2. Costruzione indicatori di risultato
3. Costruzione rete stakeholders sul tema della responsabilità sociale d’impresa legata all’integrazione lavorativa delle fasce deboli di popolazione e nella fattispecie di immigrati.
4. Analisi socio-economica dei contesti locali
5. Censimento delle piccole imprese artigianali in crisi di vocazione
6. Elaborazione di un modello di intervento sull’incrocio tra domanda e offerta
7. Scambio delle prassi tra i partner transnazionali del progetto
8. Costruzione della filiera, all’interno dei comparti produttivi, su cui costruire l’incrocio tra domanda e offerta.
9. Costruzione di uno Sportello Europeo per l’Impresa e l’Autonomia delle persone immigrate
10. Disseminazione dei risultati