Le apnee sociali

 

In questo momento storico, le problematiche delle città europee, in relazione ai processi d'integrazione multietnica, sono strette tra le strategie dell’UE sull’accoglienza e la coesione sociale e le politiche nazionali basate sulla “percezione della paura”,  dove rigurgiti antistorici di tipo nazionalista o xenofobo diventano note stonate. C’è da dire che l’impoverimento diffuso delle condizioni di vita ed il generale senso di precarietà dei cittadini europei, ha ulteriormente aumentato le fratture nei confronti di chi proviene da altri mondi.

 

Se le criticità di molti contesti urbani europei si concentrano sull'isolamento, questo produce la mancata formulazione di una nuova identità collettiva, generando fenomeni di emarginazione ed insicurezza sociale.

 

Individuare un possibile punto di partenza per poter ragionare sugli esodi dal terzo al primo mondo, non è certo semplice, una proposta potrebbe essere quella di partire dal concetto di percezione sociale.  Perchè sembra che l’opinione pubblica non possieda una precisa cognizione di ciò che succede a quelle persone “diverse da loro“ che incontrano per le strade o sull’autobus o al supermercato o ancora sullo stesso pianerottolo. E questo, oggi, diventa uno dei temi centrali sull’inclusione sociale nel nostro paese. Anche perchè l’impoverimento diffuso delle condizioni di vita dei cittadini italiani aumenta le fratture nei confronti di chi proviene da altri paesi.

 

Quale significato allora è possibile dare al concetto di inclusione sociale, se questa è percepita come una minaccia per il mio mancato benessere? Ecco, forse è proprio questo il punto: lo stretto rapporto tra percezione sociale, senza conoscenza, e insicurezza innesca l‘ancestrale fobia.

 

C’è dunque una frattura a livello simbolico tra inclusione ed esclusione sociale di cui il sistema mediatico nè è sicuramente la cassa di risonanza. Se pensiamo che in pochissimi anni le città italiane, soprattutto a causa delle spinte neotribali del continente africano, ma non solo, sono state “travolte“ progressivamente da esodi, dove interi popoli vengono perseguitati, questo ha generato una trasformazione della morfologia sociale stessa delle città, dove persiste una mancata visione del modo in cui i territori devono rispondere a queste trasformazioni.

 

C’è da dire che la gestione del territorio da parte del comparto pubblico italiano si è dimostrata, in questi anni, nella stragrande maggioranza delle città, assente di strategie tese a guidare i cambiamenti socio-demografici.

 

L’assenza di strategie territoriali, rappresenta quindi la causa originaria di tutti i problemi legati all’inclusione sociale poiché fisiologicamente dove c’è un’assenza di pianificazione territoriale emarginazione, violenza ed esasperazione sociale implodono nel territorio stesso.

Se a questo si aggiunge la stereotipia creata sull‘equazione tra straniero e deviante, diventa semplice trasferire “l’assenza“ della dimensione pubblica nella dimensione privata: le “apnee sociali” appunto.

 

Ecco che quindi oggi il tema legato al rapporto tra sviluppo territoriale e inclusione sociale di per sé è superato dalla cronaca, poiché per il tipo di evoluzione che le fenomenologie migratorie hanno assunto, se dovessimo fare un ragionamento pubblico afferente alla contemporaneità, dovremmo parlare non più di inclusione ma di trans-culturalismo.

 

Il concetto di transcultura rimanda a qualcosa che attraversa la cultura. Pertanto, la transculturalità, in questo contesto, deve riferirsi alla possibilità di promuovere e salvaguardare le specificità delle singole culture, mirando però all’individuazione degli elementi universali, comuni a tutti gli esseri umani, a prescindere dal colore della pelle, dalla lingua, dalle modalità di pensiero o dalla Religione. Le culture “non si attraversano” mai da sole, ma necessitano sempre di essere veicolate dai soggetti che ne sono portatori.

 

Ecco perché diventa essenziale in questo tempo storico pensare ad un sviluppo territoriale o locale di tipo transculturale, dove le singole culture nazionali, che si ritrovino insieme su un medesimo territorio, possano partecipare insieme allo sviluppo socio-economico del luogo di accoglienza, facendo salve le proprie specificità culturali, per metterle a disposizione della comunità tutta, in una sequenza di interazioni e contaminazioni.